41) Erasmo. Elogio della pazzia.
Quest'opera  un gioco raffinato ma pericoloso, perch esso vuole
essere anche una critica severa della societ del tempo. Erasmo 
maestro in questo gioco, ma dovr ugualmente subire molte
critiche. Egli inizia affermando che la pazzia  utile, perch
distrae e allontana le preoccupazioni dagli animi. NOTA BENE.:
Trofonio era un oracolo ai tempi degli antichi Greci, che svolgeva
la sua attivit in Beozia.
Erasmo, Elogio della pazzia,  Parla la pazzia, I (pagina 25).

Comunque di me parlino i mortali comunemente (e non ignoro quanto
cattiva fama abbia la pazzia fra i pi pazzi), tuttavia io, io
sola, dico, rassereno col mio influsso uomini e di. E la prova
pi convincente si  che, appena venuta qua innanzi, fra questa
numerosa assemblea, tutte le facce si sono d'improvviso
rischiarate di nuova e insolita letizia, e avete subito spianato
la fronte, applaudendo con tale un sorriso di gioia incantevole,
che quanti io contemplo qui presenti, siete tutti briachi, mi
pare, come gli di di Omero, di nettare e nepente insieme... e
prima ve ne stavate seduti tristi e preoccupati, come se foste da
poco usciti dall'antro di Trofonio. E come avviene che, appena il
sole ha mostrato alla terra la sua bella faccia tutta d'oro, o
come quando, dopo un aspro inverno, di nuovo, a primavera, soffia
la carezza di zefiro, tutto l per l cambia aspetto e un nuovo
colore e come una nuova giovinezza ritorna, cos voi, vistami
appena, avete preso immediatamente un altro aspetto. Ci che
grandi oratori possono a stento produrre con discorsi lunghi e
lungamente meditati, io, con la mia sola presenza, l'ho ottenuto
in un momento: avete cacciato via il tormento delle
preoccupazioni.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia, Einaudi, Torino, 1964,
pagina 11.

G. Zappitello, Antologia filosofica,, Quaderno secondo/1. Capitolo
Uno.
42) Erasmo. Il volto serioso della pazzia.
Viene esposta la tesi sulla non riducibilit della religione
cristiana agli schemi della ragione e del buon senso e sulla
radicale differenza fra il vivere da cristiano e il seguire le
regole del mondo.
Erasmo, Elogio della pazzia, LXVI (pagina 25).

Ma, per non seguitar all'infinito e per offrirvi il succo della
cosa, a parer mio tutta la religione cristiana ha una specie di
parentela con la pazzia e non va punto d'accordo con la sapienza.
Ne volete le prove? Osservate anzitutto che quelli che pi trovano
piacere nelle funzioni sacre e in tutte le cose di religione, che
si strofinano sempre agli altari, sono ragazzi, vecchi, donne,
ignoranti. E' madre natura che ve li spinge, si sa; nient'altro.
In secondo luogo, vedete tutti quei primi fondatori di religione:
costoro abbracciavano una vita di straordinaria semplicit ed
erano nella cultura nemici irriconciliabili. Infine non si trovano
pazzi pi dissennati di coloro che si son lasciati prendere una
volta da ardore di piet cristiana: eccoli profondere i loro
averi, non curarsi di offese, lasciarsi ingannare, non far
differenza fra amici e nemici, aver in orrore il piacere,
ingrassare a forza di digiuni, veglie, lagrime, lavori e ingiurie,
aver in uggia la vita, non bramar che la morte; in una parola son
diventati, pare, assolutamente ottusi ad ogni senso comune, come
se il loro animo vivesse altrove, non dentro il corpo. E questa
che cos'altro  se non pazzia? Non c' da maravigliarsi se gli
Apostoli sembravano briachi di vin dolce, o se san Paolo parve
addirittura al giudice Festo un pazzo.
Ma, poich ho indossato ormai la pelle del leone, ors, facciamo
vedere anche questo, che tutta la sognata felicit dei cristiani,
quella felicit cui aspirano con tanti travagli, non  altro, mi
si perdoni la parola, si consideri piuttosto la cosa, che una
specie di pazzia e dissennatezza. Anzitutto, sono all'incirca
d'accordo cristiani e platonici che l'anima umana  immersa nel
corpo e ad esso legata come con una catena, onde la grossolanit
del corpo le impedisce di contemplare il vero e di goderne. Gli 
per questo che Platone definisce la filosofia contemplazione della
morte, come quella che allontana la mente dalle cose visibili e
corporee, proprio come fa la morte. Pertanto, finch l'anima usa
rettamente degli organi corporei,  chiamata sana; ma quando,
spezzati ormai i suoi vincoli, tenta di affermarsi in libert,
meditando quasi quasi di fuggire da quel carcere, allora chiamano
ci insania, follia. Se la cosa avviene per malattia o per vizio
organico,  pazzia bella e buona, per consenso di tutti. Tuttavia
vediamo che anche tal fatta di uomini predice di futuro, possiede
lingue e scienze, mai apprese precedentemente, e insomma mostra in
s proprio qualcosa di divino. Non c' dubbio che ci avviene
perch la mente, un po' pi libera dal contatto col corpo,
comincia a spiegare la sua forza nativa. E lo stesso  il motivo,
credo, per cui, a chi si travaglia nell'agonia della morte, suol
accadere qualcosa di analogo, di parlare cio, come ispirato, di
cose prodigiose.
Se invece la cosa si verifica per zelo religioso, non si pu
parlare forse dello stesso genere di pazzia, ma di un altro, cos
vicino al precedente, che gran parte degli uomini lo giudica
pazzia n pi n meno, specialmente allorch degli omiciattoli,
pochi pochini, dissentono per tutto il loro modo di vivere, dal
resto del genere umano. Suole pertanto capitare a costoro nella
realt ci che, secondo la fantasia di Platone, succedeva ai
prigionieri dell'antro (i quali vedevano solamente l'ombra delle
cose) e a quel fuggiasco che, al suo ritorno nell'antro, annunci
ai compagni di aver vedute le cose nella realt e che si
sbagliavano della grossa, essi, a credere che non esistesse altro
che quelle misere ombre. Lui infatti, ormai sapiente, compiange e
deplora la loro pazzia, per esser posseduti da s grande
illusione; gli altri alla loro volta ridono di lui come di un
matto che sragiona e lo cacciano via da loro.
La folla parimenti, quanto pi le cose sono corporee, tanto pi
sgrana gli occhi, credendo non esista altro che quelle; mentre gli
spiriti religiosi le trascurano quanto pi son vicine al corpo,
per lasciarsi rapire completamente nella contemplazione delle cose
invisibili. Gli uomini di mondo dunque mettono in primo luogo le
ricchezze, poi subito dopo le comodit corporali e l'ultimo posto
lo lasciano all'anima, alla cui esistenza peraltro la maggior
parte neppur ci crede, dacch non si vede cogli occhi. Tutt'al
contrario, le persone pie in primo luogo tendono con tutte le
forze a Dio, che  l'essere pi semplice di tutti, e
secondariamente si curano di ci che pi a Dio si avvicina, cio
dell'anima; cos trascurano il corpo e sprezzano di cuore il
denaro e lo fuggono come immondizie. O se son costretti a trattare
qualcosa di tal sorte, lo fanno di mal animo e con disdegno: hanno
come se non avessero, posseggono come se non possedessero.
Esiste fra queste due categorie di uomini anche nei particolari
una non lieve differenza, una gradazione. Per cominciare, sebbene
le varie facolt umane abbiano tutte un legame col corpo, ve ne
sono alcune pi materiali, come il tatto, l'udito, la vista,
l'odorato, il gusto, ed altre pi distanti, quali la memoria,
l'intelligenza, la volont. Or l'anima, dove si adopra,
vigoreggia. Negli uomini religiosi, giacch ogni loro sforzo mira
a ci che pi si allontana dalle facolt materiali, queste si
affievoliscono, si ottundono. Al contrario nella gente comune sono
straordinariamente vive, mentre le altre, quelle spiriturali hanno
ben poco o punto sviluppo. Da ci avviene quel che abbiamo sentito
dire di alcuni santi, che successe loro di bere olio al posto del
vino.
Nel campo poi delle passioni ve n' di quelle che hanno maggior
connessione con la materialit del corpo: l'amor carnale, la gola,
il sonno, l'ira, la superbia, e l'invidia. A queste muovono guerra
senza quartiere le persone pie, mentre invece la gente pensa che
senza di esse la vita non  vita. Vi sono poi dei sentimenti medi
e quasi naturali, come l'amor di patria, l'affetto pei figli, pei
genitori, per gli amici, alle quali cose la gente d non poca
importanza. Ma anche questi gli altri si studiano di strapparseli
dal cuore, se non in quanto assurgano alla parte pi alta
dell'anima; dimodoch non amano il genitore in quanto genitore
(che cosa infatti ha generato se non il corpo? Sebbene anche
questo sia dovuto a Dio, che  genitore di tutto), ma in quanto
uomo buono, nel quale risplende l'immagine di quella intelligenza
suprema, che sola chiamano sommo bene, e fuor della quale,
com'essi insegnano, non c' cosa che meriti di esser amata o
desiderata.
A questa stessa stregua misurano parimenti tutti gli altri compiti
della vita, talch in ogni cosa, ci che  visibile, se non 
proprio da sprezzare del tutto, bisogna tuttavia farne molto minor
conto che delle cose che non si possono vedere. Affermano poi che
perfino nei sacramenti e nelle stesse pratiche di piet c'
sperito e c' corpo. Nel digiuno, per esempio, non ha grande
importanza per loro che uno si astenga dalle carni e dalle cene
(nel che il popolo fa consistere tutto il digiuno), ma che insieme
moderi anche le sue passioni, si abbandoni meno del solito
all'ira, e cos alla superbia, talch lo spirito, come gi gravato
dalla mole del corpo, si elevi a gustare con gioia i beni celesti.
Allo stesso modo anche nell'eucaristia, per quanto non sia da
sprezzare l'esteriorit del rito, questo per  di poca utilit,
anzi pericoloso, se non vi si aggiunge anche l'elemento
spirituale, vale a dire ci che si rappresenta per mezzo di quei
segni visibili. E vi si rappresenta la morte di Ges, la quale
devono gli uomini imitare, domando, estinguendo e quasi
seppellendo le passioni del corpo, per risorgere a vita nuova e
potersi fare tutt'uno con quello, come pure tutt'uno fra di loro.
Questo dunque fa, questo medita chi  pio. La genterella invece
s'illude che il sacrificio non consiste in altro che
nell'avvicinarsi agli altari, e quanto pi  possibile, star a
sentire il rumor delle voci e alzar gli occhi alle altre cerimonie
relative.
Invece non in queste circostanze unicamente, da me proposte a mo'
d'esempio, ma semplicemente in tutta quanta la vita l'uomo
religioso rifugge da tutto ci che s'apparenta col corpo, per
lasciarsi rapire verso l'eterno, l'invisibile, lo spirituale. E
dunque, poich fra le due specie di uomini profondo  il
disaccordo in ogni punto, da ci nasce che gli uni paiono agli
altri dei pazzi. Ma questa parola s'addice meglio agli uomini
religiosi, che alla gente comune, a mio modo di vedere.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia, Einaudi, Torino, 1964,
pagine 131-136.
